Novembre

Novembre è il mese della memoria. È il mese in cui ricorre il giorno dedicato ai defunti, coloro che non abitano più fisicamente tra gli affetti dei loro cari, ma abitano tra i ricordi e le tracce della memoria di tutti. “Assenza più acuta presenza” recita una poesia di Attilio Bertolucci, sintesi, che solo nella poesia è possibile, del senso della mancanza. L’elaborazione del lutto pervade la vita degli esseri umani, perché il ciclo della vita prevede una nascita e una morte, coinvolgendo l’Umanità nella necessità di confrontarsi costantemente con la felicità di accogliere e il dolore di lasciar andare. Non è facile entrare in una dimensione così complessa e fonte di sofferenza quale la irreversibile separazione da una persona cara, le cui componenti sono il tempo, i ricordi, la memoria e l’emozione. Esiste la possibilità di oggettivare tali componenti? Certamente no, la soggettività rende unica la perdita e il prenderne coscienza. Il tempo cronologico non corrisponde al tempo interiore, quindi è necessario che ci sia il rispetto della soggettività del dolore, senza cercare scorciatoie o anestetici. L’emozione che si lega ai ricordi richiede anch’essa di un tempo che ne possa alleviare l’intensità, per consentire di lasciare cadere lo sguardo nei luoghi della memoria senza esserne sopraffatti. Novembre è anche è il mese delle foglie che cadano dai rami degli alberi, per iniziare il loro un nuovo viaggio affidandosi al soffio del vento.

Lighthouse

Il Faro, casa luce, che con il suo fascio luminoso squarcia le tenebre marine, indicando la rotta per approdare in un porto sicuro. Il Faro, luogo magico da dove scrutare l’infinito, spesso collocato su una piccola isola tra flutti marini che ne sovrastano gli scogli. In passato la luce era quella del fuoco vivo che il guardiano manteneva acceso come il fuoco sacro del tempio vegliato dalle Vestali, affinché non si spegnesse mai. Il Faro, come casa luce di fuoco, rappresenta la vita in un posto sicuro, quando il mare è in tempesta. Una guida, una corsia salvifica da percorrere per ritrovare il calore e l’accoglienza che gli esseri umani cercano in fasi difficili della propria esistenza. Non è un caso che il fuoco salvifico che indica la strada si trovi su un’isola dove riecheggia la dimensione della solitudine, luogo dell’anima nel quale è utile tornare nei momenti in cui si ha bisogno di guardare l’orizzonte senza interferenze. Come già ebbi modo di scrivere, isola è l’anagramma di asilo, (ASILO&ISOLA anagramma dell’anima), quasi a rinforzare il significato di ospitalità e protezione. L’autunno è la stagione che stimola la ricerca del rinnovamento creativo per progetti che diano slancio all’esistenza. Ecco che il Faro diventa un riferimento importante e rassicurante da cercare dentro di sé, affinché si proceda nel cammino di vita con il fuoco della casa luce interiore.

Sincronicità a Vezzolano

Il 7 agosto 2021 l’Ensemble Sinetempore Harp Attack ha avuto un doppio appuntamento nella splendida Abbazia Santa Maria di Vezzolano ad Albugnano (Asti) per presentare il PROGETTO ITINERANTE sulla violenza contro le donne:

“UN’ ÀNCORA PER NON DIRE PIÙ ANCÓRA,

CAMBIARE ACCENTO PER CAMBIARE PROSPETTIVA”

L’Abbazia di Vezzolano è molto antica e al suo interno si respira un’atmosfera magica, evocativa di antiche memorie. La sorpresa che ha toccato corde profonde, è stata la rappresentazione scultorea, in un capitello dell’abside, del presumibile personaggio biblico David con la sua arpa! È un capitello che ha subito il passaggio del tempo, ma la postura del suonatore d’arpa, dove è evidente la mano tra le corde, è stupefacente. La conferma che possa trattarsi realmente di David è data da un altro capitello simmetrico al primo che raffigura Salomone figlio di David, ben conservato con scritta sulla corona del nome. Ma dov’è la sincronicità? David, nel racconto biblico del primo Libro di Samuele (capitolo n.16), usava la sua cetra, ma la rappresentazione del capitello rivela una vera e propria arpa, per lenire l’esuberanza caratteriale di Saul rivelatrice di una sofferenza dell’anima. Il primo “arpaterapeuta” della storia conosciuta, usava le corde dell’arpa intuendone già le potenzialità terapeutiche. La sincronicità di cui ci parla lo psicoanalista Carl Gustav Jung induce a pensare che la scelta dell’Abbazia di Vezzolano non sia stata casuale per un’ Ensemble di cinque arpiste che hanno frequentato un master in arpaterapia. Un nesso acasuale che ha congiunto due eventi, per un incontro simbolicamente significativo. Come scrive Carl Gustav Jung: “Col termine di sincronicità intendo la coincidenza di dati di fatto soggettivi e oggettivi che non può essere spiegata, almeno con i nostri mezzi attuali, in termini causali”(Opere Vol.Ottavo, pag.222, Boringhieri).

Per il nostro sesto concerto è giunto un regalo dall’inconscio collettivo, come viatico per continuare la strada della divulgazione e della sensibilizzazione delle coscienze. Come Saul brandiva la sua lancia, David suonava la sua arpa, affinché si placasse l’ ira funesta del re. L’intento dell’Ensemble Sinetempore sta proprio nel lenire dolori dell’anima di chi subisce la violenza e di chi agisce la violenza, attraverso la narrazione di storie che inducendo una identificazione con i personaggi, possa parallelamente consentire un effetto catartico.

8 MARZO 2021 – “L’attesa è infinita, ma io sono in cammino”*

Sembra siano esaurite le parole per riflettere sulla Giornata dedicata alle Donne. Tanto è stato scritto, divulgato, proposto, evidenziato, sottolineato, al punto di pensare che non sia più necessario aggiungere altro. Invece no, quando ci si guarda intorno, si notano ancora soprusi, vessazioni, discriminazioni, mortificazioni, tanto da far vacillare la fiducia nella possibilità che qualcosa possa cambiare per la condizione femminile nel Mondo. Ancora si parla di carriere negate o ostacolate, di riconoscimenti economici sbilanciati tra uomini e donne, di discriminazione perché, ancora, non è naturale inserire una donna per la sua competenza in un ruolo di potere. Nel 1997 pubblicai un libro “La memoria degli altri”, dedicando un capitolo alla Donna negli stereotipi della memoria che, a rileggerlo oggi, fa capire quanto poco sia cambiato. La strada percorsa dalle donne potrebbe essere rappresentata dal gioco dell’oca, con ostacoli che rallentano il raggiungimento del traguardo obbligando, spesso, anche a fermarsi un giro! Possibile che non si riesca a declinare naturalmente anche al femminile la vita dell’Umanità? Possibile che la strada sia sempre impervia?

Sul mio sito, nella sezione Third Life, nel 2013 pubblicai l’articolo 8 Marzo, nel 2015 8’ava nota e nel 2020 8 Marzo Una Giornata da Vivere, per riflettere sulla strada percorsa e su quella da percorrere, ma, come scrivevo all’inizio di questo articolo, la sensazione è che le parole per esprimere quanto ancora non accade siano esaurite. In realtà, sarebbe utile iniziare sempre di più a soffermarci su quanto accade, sulle conquiste, sui soffitti di cristallo sfondati, pochi ma importanti, sulla resistenza delle donne e sulla loro resilienza, garanzia di crescita costante, continua, nonostante le prove infinite da superare. Le fiabe sono piene di storie, dove è il maschile, il principe, a dover superare tante peripezie per conquistare il femminile, la principessa, per vivere felici e contenti, ma nella realtà, oggi, sono le donne a dover attraversare strade complesse, per arrivare alla conquista di se stesse. Mi chiedo, cosa scriverebbe oggi Ipazia, riflettendo sul suo sacrificio di donna amante della scienza e della conoscenza, cosa dipingerebbe Artemisia Gentileschi per rappresentare il difficile attecchimento e radicamento delle conquiste delle donne, come l’autonomia e l’autodeterminazione. Ipazia e Artemisia, erano donne sole, che hanno lasciato traccia di sé, come eredità per la moltitudine di donne di oggi, non più sole come ieri, affinché siano consapevoli della strada percorsa e di quella ancora da percorrere, dove la conquista di una è la conquista di tutte.

*A.Petta, A.Colavito, Ipazia, La Lepre Editore,Roma,2009,pag.329

202……….1

Tra qualche giorno il 2020 chiude il sipario e si ritira, lasciando all’Umanità un carico di esperienze inimmaginabili, da elaborare e da metabolizzare per i prossimi anni. Il 2021 farà il suo ingresso ereditando lasciti complessi, sia da un punto di vista psicologico che fisico, ma, come ogni cosa che nasce, avrà la forza vitale in grado di supportare il carico inevaso ricevuto nel passaggio del confine cronologico. Ogni essere umano ha desiderato e immaginato, in questi mesi, di volare per andare oltre il tempo e la memoria, per proiettare l’esistenza in zona di sicurezza. Ora più che mai, però, è importante rimanere ancorati alle radici della Madre Terra per essere nutriti di certezze, per essere protetti con nuove consapevolezze, per essere contenuti come teneri germogli. L’archetipo della Grande Madre, quindi, sarà risvegliato dalla necessità di trovare strade per concepire nuova vita e giungere al riscatto di quanto è stato sottratto dalla pandemia.

Il neonato 2021 muoverà i suoi primi passi su terreni desertificati, bisognosi di essere risanati, riattivati e rigenerati con robuste semine. L’anno che verrà rappresenta l’inizio e ricomincia da Uno: l’essenza, la matrice dell’esistenza, la forza ritrovata per andare oltre.

Gestualità al tempo delle mascherine

Oggi, vorrei porre l’attenzione su un comportamento particolare, che negli ultimi tempi mi è capitato di osservare, da quando indossiamo le mascherine anti contagio, nelle relazioni con altre persone. Il popolo italiano è conosciuto nel mondo per la sua gestualità molto espressiva e significativa che accompagna il linguaggio verbale oltre a quello non verbale, tant’è che spesso ne è benevolmente stigmatizzato all’estero. La mia attenzione, però, riguarda in modo particolare la gestualità delle mani, quando si parla indossando la mascherina, che sembra essersi accentuata, quasi per colmare la difficoltà, forse più psicologica che reale, di esprimere al meglio il contenuto della propria comunicazione. Tutti sappiamo che attraverso un gesto possiamo esprimere tenerezza, aggressività o disappunto, ma nella necessità di essere distanziati e mascherati è presumibile che si stia attivando un nuovo linguaggio gestuale parallelo di sostegno a quello verbale.

Con i miei lettori e lettrici condivido la mia percezione e vorrei chiedere se nella loro esperienza ne hanno avuto riscontro. Forse, siamo testimoni di un cambiamento nella comunicazione che potrebbe far acquisire un nuovo vocabolario non verbale, in virtù di un’inibizione visiva di una parte viso, che attiva canali di comunicazione che usano il corpo, più di quanto già non avvenga.

Qual è la vostra esperienza?

Per qualunque vostra condivisione il mio spazio è a disposizione. Grazie

Sogni in Casella……..lievitano!

L’attività onirica lievita! Sì, lievita, come un panettone, che compare in un sogno imbucato nella casella dei sogni. Sono diversi gli spunti che i sognatori e le sognatrici hanno fornito, inviando i loro contributi nella casella dei sogni. Per quanto l’estate e le vacanze abbiano consentito di “dimenticare” la quarantena vissuta nei mesi precedenti e il virus annesso, il nostro inconscio ha continuato a elaborare l’esperienza per attenuare le conseguenze psicologiche derivanti. Il panettone, per esempio, che il sognatore descrive grande e morbido, ci ricorda inevitabilmente il Natale, festa che vede tutta la famiglia riunita, desiderio che si spera possa essere esaudito per il prossimo Natale, soprattutto nel senso di rinascita. Nel panettone, inoltre, si nasconde l’esigenza di affetto, di accoglienza e di protezione suggerita dalla forma rotonda e morbida del dolce. Una difesa dalle tempeste temute e imprevedibili, come la tempesta che ci ha spedito una sognatrice, caratterizzata da un vento fortissimo distruttivo, quasi capace di spostare la casa, ma, nonostante ciò, non spaventava, perché la solidità era interna alla sognatrice, simbolicamente rappresentata dalla tenuta della casa. In un analogo sogno, invece, di altro sognatore, in cui la tempesta era stata di neve, un paio di scarponi è stato ritrovato sul balcone ricolmo di neve e ghiaccio, lasciando desumere che non sarebbe stato utile per intraprendere un cammino, soprattutto per strade impervie. La sensazione diffusa in questi sogni è di consapevolezza di timori delle difficoltà che si potrebbero incontrare nelle vita presente e futura, al punto di desiderare di allontanarsene senza riuscirvi, aspettando il decollo di un aereo che con avviene mai, come nel sogno ricorrente che scrive una sognatrice. L’impossibilità del decollo dell’aereo nel sogno è dovuta a piste non appropriate o interrotte, che se, da una parte induce a pensare alla paura di partire per allontanarsi da luoghi sicuri e conosciuti, dall’altra richiede la necessità di alleggerirsi dell’eventuale senso di colpa che un allontanamento potrebbe indurre. Può accadere, infatti, che per quanto si desideri un cambiamento, non si

ha il coraggio di realizzarlo, adducendo giustificazioni che nel tempo diventano alibi. Quando un sogno è ricorrente c’è spesso la necessità di elaborare contenuti irrisolti, che l’inconscio ha bisogno di riproporre finché non si alleggerisce il pesante carico psicologico, in questo caso, rappresentato dalla carlinga dell’aereo, al punto di lasciarlo a terra. Sembra incredibile, ma i sogni, nonostante siano di diverse persone, sono legati da un invisibile filo rosso che ne congiunge i contenuti rivelatori di un inconscio collettivo, al quale l’inconscio individuale attinge, per rendere il sogno soggettivo nella sua universalità.

Grazie ancora ai sognatori e alle sognatrici, che continuano a spedire i loro sogni e a contribuire alla narrazione onirica di un periodo storico che tracce profonde sta lasciando in ognuno di noi.

Sogno di una notte di mezza estate……….in casella

Continua il viaggio onirico, iniziato durante la quarantena obbligata dallo stato di emergenza per il  Covid19,  con la lettura dei sogni inviati nella casella riservata.  I lettori-onirici del mio sito anche nella fase post-quarantena  hanno condiviso i loro sogni e oggi  ritiriamo la posta per evaderla,  come sempre. I sogni sono sempre la cartina tornasole di una fase che l’umanità attraversa, sia a livello individuale sia collettivo. L’attività onirica è stata molto fiorente durante la quarantena, quando il corpo era bloccato, ma la psiche viaggiava nei meandri del mondo interiore,    mentre con la ripresa del movimento libero è sembrata,

POMERIGGIO

Difficile ripercorrere nella memoria una sensazione antica, evocativa di una leggera aria fresca estiva che accompagnava i preparativi del cambio di abiti per l’uscita pomeridiana.

Un profumo inebriante si diffondeva tra le stanze illuminate dal sole del tramonto.

Tanta cura nei dettagli più semplici e discreti per oltrepassare la soglia di casa: un momento speciale e unico. Quella percezione legata all’olfatto è ancora indelebile. Un ricordo fatto di immagini, ma soprattutto di odori, composti da tante particelle invisibili che si adagiavano sull’epidermide, penetrandola fin negli anfratti più profondi. È da quegli anfratti che la nostalgia riaffiora, come un soffio che accarezza la memoria. Accade più spesso in primavera e in estate, quando le finestre sono aperte e le tende si spostano sotto la spinta di un leggero vento che viene da ovest. Mi chiedo cosa avessero di speciale quelle uscite pomeridiane, quanto fossero diverse dalle uscite serali o mattutine. Forse, quel senso di appagamento che il pomeriggio porta con sé a differenza del mattino ancora assonnato o della sera affaticata dalla lunga giornata.

Si usciva di casa e il sole era lì con i suoi raggi lunghi a solleticare gli occhi per farli socchiudere, si scendevano le scale con attenzione, si oltrepassava il giardino e poi un breve vialetto che conduceva sulla strada. Da lì si procedeva verso la passeggiata, della quale ricordo solo la sensazione di fresco e di piacevole soddisfazione. Queste sensazioni sono la radice della felicità, che mi sembra di cogliere in certi momenti, ma sempre impalpabili e inafferrabili. Solo oggi riesco a scriverne, a distanza di tanti anni trascorsi a rivivere per microsecondi quelle sensazioni così scolpite nella memoria.

Tutto sembrava perfetto, in sincronica armonia con il respiro del Mondo.

Il respiro, mi ha sempre affascinato e mi divertiva, quando ero molto piccola, entrare nel respiro degli altri durante il sonno, seguendo lo stesso ritmo ascendente e discendente. L’apnea era il momento dell’attesa per entrare nell’inspirazione del dormiente di turno e, insieme, espirare. All’epoca non mi rendevo conto che così facendo rallentavo il mio respiro rendendolo più lungo e più profondo, inducendomi un rilassamento che probabilmente cercavo per addormentarmi a mia volta.

Un inconsapevole atto meditativo, ascoltando l’onda del respiro come un mantra.

Il mio desiderio di fare musica, nasceva in quella ricerca del tempo del respiro, ma senza trovare pienamente la possibilità di esaudirlo. Lo studio, della teoria e della pratica, del pianoforte, non mi consentiva di entrare nel battere e nel levare del respiro. Rimaneva estraneo quello strumento verticale dalle corde invisibili. Tant’è che i lunghi anni di studio mi hanno lasciato in apnea nell’attesa di trovare il momento giusto, per produrre la vibrazione cercata. È dovuto trascorrere molto tempo prima che incontrassi dentro di me lo strumento che meglio si accordasse con il mio respiro nella salita e nella discesa: l’Arpa.

L’arpa con tante corde visibili, da pizzicare direttamente senza tasti martellanti come intermediari. Il piano e il forte sono racchiusi nell’intensità delle vibrazioni delle note alte e basse, gravi e acute, chiare e scure. Chissà se quelle antiche sensazioni legate all’olfatto non fossero una linea guida da percorrere per ritrovarle trasformate nella musica. In fondo, l’olfatto e il respiro utilizzano gli stessi canali, come delle casse di risonanza, dove si modulano i tempi e ritmi dei suoni e delle vibrazioni.

Mi capita di suonare durante le ore del tramonto, quando la luce artificiale interna accresce il suo chiarore, lentamente, compensando quella esterna sempre più debole. Il tramonto è il momento della giornata in cui è più facile incontrare le emozioni nella luce tenue e tiepida del sole.

Il crepuscolo è spesso associato a momenti malinconici, nostalgici, quando il sole perde la sua energia e lasciarsi andare al ricordo è più facile. Arriva così la notte, tutto scompare, insieme al sole, e le ombre vengono risucchiate come fuoco liquido dalla terra.

Le corde vibrano, quelle più profonde scuotono l’anima che si risveglia, quelle più superficiali placano la coscienza che attende il risorgere del sole….e il pomeriggio.