Raccontami il sogno di questa notte!

Tra breve si uscirà dalla quarantena imposta dallo stato di emergenza per il Covid19, ma per lunghe settimane la vita quotidiana è rimasta sospesa, all’interno di una bolla protettiva intrisa di emozioni che hanno trovato nei sogni la loro espressione più significativa. L’attività onirica accompagna l’essere umano da sempre, sollecitando attenzione nel sognatore al punto di cercarne il significato. Il sogno è l’intangibile filo rosso dell’esistenza, ci accompagna da millenni nel ricordo e nell’oblio. In ogni epoca e in ogni Paese del mondo, il sogno ha avuto un posto di riguardo nella cultura dei popoli. Cos’è il sogno: è il guardiano del sonno, è la via regia per l’inconscio, è il messaggero degli dei, è l’inconscio che si esprime in forma simbolica? Da Artemidoro, che fu il primo a scriverne cercando una sistematizzazione, per arrivare, con un passo nella storia lunghissimo, a Sigmund Freud, il viaggio onirico è proseguito nel tempo affascinando, turbando ed emozionando i sognatori e le sognatrici di tutte le epoche.

Quante volte si vorrebbe che la realtà che si sta vivendo fosse solo sogno, al punto di svegliarsi al mattino e desiderare che l’oblio risucchi tutto dentro di sé? Viceversa, quante volte si vorrebbe che il sogno fosse realtà? Il confine tra sogno e realtà è un confine distinto, ma quanto mai labile. Il sogno è la nostra realtà notturna che fin dai tempi più remoti ha stimolato l’interesse degli esseri umani, insieme al desiderio di poterne trovare una chiave di lettura. In virtù di questa curiosità, ma soprattutto nella considerazione che dopo settimane di costrizione in casa e in previsione di una prossima uscita, l’attività onirica assume un ruolo ancora più interessante, ho pensato di aggiungere nel mio sito I SOGNI IN CASELLA. I sogni, in questo periodo ancora di più, riflettono il cambiamento profondo che ognuno di noi sta vivendo in conseguenza all’esperienza inimmaginabile prodotta dal pericolo del contagio del virus Covid19. Ci sono stati sogni, per esempio, in cui il pericolo del contagio era rappresentato dalla presenza di persone incuranti del virus, lasciando una sensazione di angoscia, oppure sogni in cui emergeva, nello spaesamento del momento, il bisogno di individuare una direzione per un luogo sicuro verso cui andare. Il sogno, come affermava Carl Gustav Jung, rappresenta una difesa psichica contro le impressioni esterne, quindi è anche un termometro della febbre dell’inconscio, che nessun termoscanner, tanto diffuso oggi, può misurare.

Chiunque vorrà inviare un sogno, potrà spedirlo attraverso I SOGNI IN CASELLA per condividere la sua vita onirica. Il sogno non sarà pubblicato, ma fornirà uno spunto di riflessione, insieme con tutti quelli che arriveranno, per attivare una narrazione onirica periodica. Nella psicologia del profondo, quando si lavora sui sogni, è importante il significato che il sognatore dà al proprio sogno, quindi, in un contesto virtuale e non psicoterapeutico, non è possibile interpretare un sogno in modo specifico. I contenuti e gli aspetti simbolici che emergeranno troveranno spazio all’interno degli articoli dedicati ai sogni, affinché si possa approfondire la comprensione di una parte di sé e accendere la luce della conoscenza.

Ponte virtuale per contatti reali

Tutti connessi per creare rete sociale virtuale! Che cosa è cambiato rispetto al periodo pre-virus? Le chat o i social prima erano una scelta, oggi sono una necessità obbligata! Il virus sta consentendo di capire il significato di internet per come non si era mai capito in passato. In tutte le professioni, compresa quella psicoterapeutica, si sono attivati ponti virtuali per esser vicini ai propri utenti. In un momento così socialmente complesso da un punto di vista emotivo, potersi convertire in modalità digitale e mantenere la continuità del lavoro psicoterapeutico o di sostegno psicologico, a chi può averne necessità, è una grande risorsa. La solitudine della psiche e l’isolamento sociale possono produrre stati d’ansia o depressivi che è importante tradurre in parole significative, per evitare il ristagno di pensieri prosciuganti linfa vitale. In queste settimane si è passati dall’osservazione esterna della progressione geografica del virus, all’allerta che si è trasformata in allarme. Ora c’è lo stato di quarantena, che dovrebbe poter risolvere, come è già accaduto per tutte le pandemie nei secoli scorsi, lo stato di emergenza. Una riflessione, che già in altre situazioni ho espresso (Psiche e cuore senza confini, www.lapelle.it), riguarda la considerazione che se si desidera al più presto un DOPO-VIRUS, o come avrebbero detto i latini un POST-VIRUS, si deve poter agire uno STOP a tutto ciò che rientra nello stile di vita precedente al rischio di contagio. L’anagramma di POST è STOP, quindi, nella capacità di riuscire a fermarsi è racchiusa la soluzione al problema virus, per poter di nuovo riprendere le attività quotidiane di sempre. Sicuramente, modificare abitudini consolidate non è semplice, però confidare nella capacità di adattamento, che ha sempre caratterizzato l’essere umano nella sua esistenza millenaria, è scoprire di avere un bagaglio nella radice della psiche di esperienze pregresse cui poter attingere. Ciò che è complesso non è impossibile, la resistenza di uno è la resistenza di tutti per poter arginare le conseguenze della pandemia. Ora, Invece di guardare fuori dalla finestra con paura o insofferenza, proviamo a cercare un raggio di sole, un antidepressivo naturale, che prima o poi con sorpresa entrerà a scaldare i cuori e l’anima, insieme alla Primavera!

8 MARZO, un giorno da vivere!

Cos’è l’8 marzo? Una  festa, una  celebrazione, una  ricorrenza, una commemorazione,  un  ricordo,  un giorno della memoria ….? Ogni anno, quando il calendario arriva alla pagina dell’8 marzo, si avverte una incertezza su come definire la giornata dedicata alle donne.

In passato era sicuramente una festa, quando le donne non erano abituate a festeggiare se stesse o comunque a porsi in evidenza con un giorno dedicato a sé. Tra l’altro, l’8 marzo divenne la giornata delle donne perché ricordava lavoratrici morte nell’ incendio della loro fabbrica all’inizio del secolo scorso, per cui era ed è anche una ricorrenza.  Negli ultimi anni, quindi, le definizioni spaziano tra festa e ricorrenza, ma   sempre di più sta diventando un giorno dedicato agli anniversari delle tante donne uccise nel loro libero esercizio del dovere di vivere!  Sul mio sito sirasebstianelli.it nella pagina dedicata al blog-magazine Third life, ho pubblicato negli anni delle riflessioni sull’ 8 marzo, ponendo l’8 prima tra parentesi (marzo 2013) e poi con un apostrofo (marzo 2015), segno di elisione della vita. L’8 marzo dovrebbe essere un giorno dedicato alla vita delle donne, lasciando che i riflettori siano puntati sulla strada percorsa e su quella da percorrere, nella consapevolezza, però, che più si farà luce più si noteranno le mancanze, buchi neri in cui sono precipitate donne risucchiate dalla furia assassina di chi elimina ciò che non può possedere. Proprio per questo, il Progetto Itinerante, da me ideato e promosso, “Un’ Àncora per non dire più Ancòra, cambiare accento per cambiare prospettiva”, dopo aver attraversato diverse città dell’Italia e della Svizzera, continuerà prossimamente il suo cammino per portare avanti la narrazione della vita di tante donne, la cui storia terrena si è interrotta, ma quella spirituale continua, attraverso antiche ballate accompagnate dalle arpe e dalle voci dell’Ensemble Sinetempore Harp Attack. L’Ensemble esegue  brani musicali tratti dal canzoniere popolare italiano, le cui tematiche vertono sulle vessazioni, mortificazioni e violenze che le donne hanno subito nei secoli. Le storie popolari, tramandate nel tempo e tradotte in ballate musicali, sono un esempio di come sia possibile stimolare riflessioni coniugando psicologia, musica e valore della vita. Una narrazione antica, declinata al presente, per avviare un percorso  che affonda le proprie radici nell’immaginario  archetipico dell’umanità.

La scelta dello strumento dell’arpa non è casuale, in quanto le corde di cui è composta producono vibrazioni che meglio di altri strumenti entrano in risonanza con le emozioni, attivando canali di comunicazione più efficaci di tante parole.

Per l’8 marzo, a tutte le donne, non si può che rinnovare l’augurio nel senso antico di augurium, cioè presagio favorevole, per un futuro di crescita e di accrescimento.

Tra scienza e fantascienza: quando il gioco diventa realtà!

Nel 2005 l’incidente del Corrupted Blood, sangue corrotto, causato da un problema tecnico creatosi all’interno di un gioco virtuale chiamato World of Warcraft, sembra aver anticipato tutte le problematiche pratiche e psicologiche evidenziate dal virus Corona, che in questi mesi si è andato diffondendo attraverso il contagio, in prima battuta da animale a essere umano e poi da essere umano a essere umano.

L’epidemia virtuale all’interno di World of Warcraft fu scatenata dall’introduzione volontaria nel gioco di un effetto negativo, denominato debuff, le cui conseguenze, tra gli avatar dei giocatori (reali), sfuggirono di mano, al punto di causare la diffusione di un virus che dagli animali, sempre virtuali, dei cacciatori e dei demoni stregoni, si trasmetteva ai giocatori. La pandemia danneggiò i giocatori del livello più alto (forti) e uccise quelli del livello più basso (deboli), al punto che da quel momento in poi i comportamenti dei partecipanti al gioco iniziarono a sovrapporre il virtuale con il reale. Il contagio si trasmetteva in modo esponenziale, nessuno se ne poteva sentire al riparo, ma ci fu chi, avendo poteri curativi, cercava di aiutare a guarire i malati, chi ne approfittava per eliminare concorrenti pericolosi e chi invece si nascondeva nei luoghi più remoti, aspettando che si arrivasse a una risoluzione della pandemia.

L’evento del sangue corrotto negli anni è stato studiato per la sua singolarità, legata sia alla diffusione imprevedibile del bug e sia alle reazioni dei giocatori che offrivano una simulazione molto reale di quanto sarebbe potuto accadere. Oggi, il corona virus ha trascinato la simulazione nella realtà più drammatica. Paura, diffidenza, allarme, bisogno di cercare barriere anche inutili per difendersi dal nemico invisibile, hanno attraversato lo schermo del virtuale e si sono collocate nella vita reale. Nelle situazioni di pericolo si manifestano meccanismi di difesa messi in atto da ogni essere umano per salvarsi, per evitare di soccombere, in questo caso, al contagio, producendo comportamenti che lasciano sempre uno spazio alla imprevedibilità. La soluzione alle epidemie contemporanee, come anche in quelle virtuali, è la stessa che nei secoli è stata applicata dalle comunità contagiate da malattie delle tipologie più varie, cioè la quarantena! La quarantena non è solo l’isolamento delle persone, delle città e delle nazioni infette, ma il numero dei giorni per giungere al compimento di un ciclo e prepararsi a un cambiamento radicale. Il tempo della quarantena è quasi un periodo di prova per chi la subisce oltre a essere associata a un castigo, come nel racconto biblico del Diluvio Universale. L’evento del Corrupted Blood si verificò il 13 settembre del 2005 e si tentò di risolvere anch’esso con una quarantena che cercò, anche se insufficientemente, di chiudere il gioco per poter “purificare” il meccanismo infetto. Incredibilmente, il numero 13 è associato al 40, condividendo gli stessi significati, di morte simbolica, di prova iniziatica e di trapasso che permette la seconda nascita, la nascita spirituale. (Morel, C., Dizionario dei simboli, dei miti e delle credenze, Giunti Editore, Firenze,2006). Un filo rosso che congiungeva il giorno in cui si sarebbe scatenato il contagio con la sua soluzione, cioè la quarantena. La quarantena, va rispettata nel virtuale, ma soprattutto nel reale, perché nel mondo reale si ammalano e muoiono le persone, mentre nel mondo virtuale muoiono gli avatar, programmati per rinascere. Gli esseri umani possono rinascere soltanto simbolicamente a nuova vita e la speranza è che la quarantena, in cui oggi il mondo è confinato, serva realmente a questo.

Mese di Gennaio: Passato e Futuro coniugati al presente

 

Il mese di Gennaio  offre la possibilità di attraversare la soglia che ci conduce dal passato al futuro.  Gennaio è il  mese consacrato a Janus, il dio romano dai due volti, uno, dalla fisionomia di un vecchio, rivolto verso il passato e l’altro,  di un giovane,  rivolto verso il futuro.  Januarius  è, quindi,  la porta   che si apre  con il nuovo anno, per accoglierne la nascita. Il passato e il futuro, nel primo mese dell’anno,  trovano il momento di congiunzione nell’attimo  presente, da cogliere senza indugio, per poterlo vivere nella sua essenza. Gennaio è  anche un mese della stagione invernale che ha come simbolo il seme, messo a dimora nella terra e che darà i suoi frutti nelle stagioni successive, quindi un periodo in cui si creano le basi per  nuovi progetti che si concretizzeranno nel tempo.   L’inizio del nuovo anno è sempre  intriso di nuova energia che alimenta il  desiderio e la  speranza che qualcosa possa realizzarsi, importante è non essere impazienti, affinché ci sia il tempo per la maturazione degli eventi.

 

 

Yoga & Arpa: Vibrazioni per il solstizio d’inverno

per risvegliare il sole, la sua luce e la sua energia

Sabato 21/12/2019 ore 11

Presso Amrita, Yoga e Ayurveda, in via dei Georgofili, 149 Roma

 Sul piano simbolico, accompagnare il passaggio della soglia dell’ Inverno significa passare dalle tenebre alla luce, dall’inconsapevolezza alla  consapevolezza della coscienza di sé. Per meglio entrare in questo percorso di luce interiore  è possibile coniugare la pratica dello Yoga    con le vibrazioni e le risonanze dell’Arpa.

L’Arpa è uno strumento archetipico profondamente radicato nell’inconscio collettivo dell’umanità e  le sue  vibrazioni  aiutano a immergersi dolcemente nella profondità della psiche per ritrovare armonia e serenità, nella sensazione di essere sostenuti da un tappeto sonoro.  Il suono dell’Arpa, insieme alla vibrazione delle sue corde,  consente di vivere, attraverso  le posizioni dello yoga, un’esperienza unica  di fusione del corpo fisico, energetico e spirituale. Il percorso musicale specifico per il Solstizio  d’Inverno accompagna  tutta la pratica yogica e lo yoga Nidra   ed è mirato   a potenziarne   gli effetti  prodotti.

Lo Yoga Nidra, sonno cosciente, si propone, in conclusione  del viaggio esperienziale, come  pratica meditativa  solstiziale unica,  che parte  dalla profondità  della psiche   per risalire, attraverso le corde dell’arpa,  in  superficie.

Conducono la pratica sonora: Sabrina Arathi Giannò, insegnante di ananda yoga, e Sira Sebastianelli psicoterapeuta e arpaterapeuta.

Seguite l’evento cliccando sul seguente link:

https://www.facebook.com/events/421398551904097/

Le Palme Rinascenti oltre il punteruolo rosso

Palme  Rinascenti

Quasi dieci anni fa, scrissi su  Third Life (giugno 2010), un articolo sulle palme che stavano morendo sotto l’inesorabile azione distruttiva del punteruolo rosso. Tante palme, in questi ultimi dieci anni, sono state “decapitate” o abbattute, per l’impossibilita di salvarle. Una strage che nel tempo ha colpito anche altri alberi come l’ulivo. L’albero che muore è sempre un indicatore di una disfunzione  della Natura, provocata spesso dall’ incuria e mal custodia umana del patrimonio naturalistico. Mi è capitato, spesso, di osservare le palme alla ricerca di un segnale di ripresa che lasciasse percepire una metaforica salvezza  dell’umanità, senza risultato, finché, qualche giorno fa, un ciuffo che cresceva al centro del tronco decapitato di un palma ha fatto  rinascere la speranza. Palme che ritrovano la forza e la voglia di ritornare a vivere. La palma, simbolo di immortalità,  che si è fatta mortale,  per dare esempio di  quanto l’imponderabile sia anche imprevedibile. Il terzo millennio è caratterizzato dalla massima innovazione tecnologica in tutti i campi della scienza, ma  sempre più si troverà a fare i conti con eventi  che segnano  il confine tra il digitale e il reale, tra l’essere umano sempre più scollato dal mondo della  Natura e la Natura stessa.  L’osservazione della Natura è sempre importante, perché è il termometro della Terra, indica lo stato di  salute del mondo che abitiamo. Ogni gesto ha una conseguenza, non dobbiamo dimenticarlo, anche perché non si può e non si deve tornare indietro, quindi la scienza deve fare il suo corso, ma la strada da percorrere deve sicuramente essere una strada alberata, altrimenti stiamo  solo percorrendo il deserto.

Per salvare il Pianeta Terra

Una decina di anni fa rilasciai l'intervista qui riportata  all'ADN Kronos, che su questo sito venne in seguito  ripresentata. Oggi alla vigilia della giornata dedicata alla Terra e alla  sua salute  ripropongo l'intervista  per sottolineare quanto sia difficile modificare comportamente e abitudini, affinché si possa realmente e attivamente salvare il Pianeta dall'inquinamento.  In questi  ultimi dieci anni ben poco è cambiato, perchè per aiutare la nostra casa naturale  dovremmo, oltre che parlare,   coscientemente agire, partendo da se stessi, sempre, per non ristrovarsi nello scenario prefigurato da Bob Dylan nella sua ballata "Hard Rain"!

Roma, 30 set. (Adnkronos) – Non riusciamo a rispettare l’ambiente, “nostra casa naturale”, perchè non riusciamo ad “investire sul futuro. Oggi, infatti, l’umanità assiste ad un progressivo declino della qualità della vita” e “vive come se ogni giorno fosse l’ultimo”. Per invertire la tendenza servono progetti scolastici idonei a formare le generazioni più giovani. Negli adulti, invece, la formazione di un pensiero ecologico richiede molto di più: “un lavoro corale” che coinvolge istituzioni, mass media e naturalmente ogni singolo individuo” attraverso il quale passare dalla catarsi alla trasformazione”, in altre parole, resettare e riconfigurare partendo da una maggiore capacità di avere cura di sè, della propria ‘casa interna’ per poi percepire più profondamente la propria ‘casa esterna’ e così averne naturalmente cura. Sira Sebastianelli, psicologa e psicoterapeuta, spiega all’ADNKRONOS il proprio punto di vista sul perchè sia ancora così poco diffusa la sensibilità ambientale, nonostante gli allarmi di tanti e autorevoli organismi internazionali.

 

“Il mondo della natura – argomenta – è paragonabile al mondo dell’inconscio umano dove si abbandonano, utilizzando un meccanismo di difesa chiamato rimozione, resti psichici che non possono abitare la coscienza. Un inconscio impermeabile e permeabile come il mondo, dove ciò che vi si deposita a volte penetra nella profondità e a volte rimane in superficie. Tutto il materiale tangibile o intangibile, però, lascia traccia di sé e sedimenta stratificandosi dalla profondità alla superficie, da dove spesso è complesso e difficile far riaffiorare contenuti che devono farsi strada tra strati calcarei contaminanti che ne modificano la struttura originaria. Quando si gettano pezzi di carta o cicche di sigaretta per strada, dove cadono? Nel mondo cosciente o nel mondo inconscio?”.

“Nel mondo cosciente – sottolinea Sebastianelli – rimangono le scorie materiali di un gesto privo di senso civico che qualcun altro può raccogliere, ma nel mondo inconscio precipitano le scorie dell’anima attraverso un gesto pregno di significato, che nessuno, tranne una ritrovata consapevolezza del responsabile può raccogliere. Solo facendo luce sulle motivazioni profonde dell’incuria, si possono diradare le ombre della distruttività di sé. Un metallo prezioso come l’argento ci può aiutare a capire cosa accade all’animo umano nel corso della sua esistenza”.

“L’argento, come si può verificare su un qualunque oggetto creato con questo metallo, reagisce all’aria e perde la sua brillantezza, fino ad arrivare lentamente all’opacità primitiva: mai si sospetterebbe che sotto quello strato color antracite si nasconde una lucentezza argentea. A questo punto – continua – proviamo una associazione paradossale e azzardata tra l’essere umano e l’argento, ma che forse ci aiuta a comprendere l’intermittenza dell’energia profusa da ognuno di noi per salvare l’ambiente. Il bambino quando nasce è proteso a soddisfare i suoi bisogni primari, completamente dipendente dalla madre o da una figura primaria per sopravvivere, seguendo quello che Freud chiamava principio di piacere, cioè il bisogno di rispondere al desiderio di mangiare, dormire etc. senza differire nel tempo il soddisfacimento dello stesso”.

“Con il passare dei mesi, attraverso l’educazione, le migliorate capacità di interazione con l’ambiente e lo sviluppo cognitivo, che consentono un miglior adattamento alla realtà secondo quello che Freud chiamava il principio di realtà, il bambino – dice la psicologa – riesce a differire il soddisfacimento dei bisogni. Ora, guardando il declino della qualità della vita nel mondo in cui viviamo, sembrerebbe che il principio di realtà sia sopraffatto dal principio di piacere, che risponde al motto ‘tutto e subito’. Una persona risponde solo al proprio bisogno, senza curarsi dei bisogni degli altri e senza prevedere gli effetti che il soddisfacimento immediato di un certo bisogno può produrre, come il gettare una cicca di sigaretta ovunque capiti”.

“Il processo regressivo, probabilmente, che coinvolge l’essere umano, per non dire il genere umano, nel momento in cui si sente dipendente, bisognoso di avere qualcuno che si occupi di sé, non più protagonista della propria vita – spiega Sebastianelli – attiva il principio di piacere a detrimento di quello di realtà, lo stesso processo che avviene nell’argento che dalla opacità (fase primitiva, principio di piacere) passa alla brillantezza (fase più evoluta, principio di realtà) per poi tornare alla opacità se lo si abbandona, pur conservando, però, la potenzialità luminosa”.

Come fare per riportare alla luce quelle potenzialità che consentirebbero un miglior rispetto di sé e degli altri? “Se differire il soddisfacimento di un bisogno è difficile se non impossibile, evidentemente – chiarisce – non si riesce ad investire sul futuro perché non lo si intravede, ed è inevitabile non prevedere le conseguenze di un proprio comportamento. L’umanità oggi vive come se ogni giorno fosse l’ultimo, nonostante vengano messi al mondo bambini che sono la personificazione del futuro”.

Allora, cosa c’è che non va? Qual è il significato di questa contraddizione? “Forse – ragiona la psicoterapeuta – è la conferma della inconsapevolezza in cui siamo precipitati, al punto di non avere più senso critico e forse è il senso di abbandono che l’uomo del terzo millennio vive sempre più, che lo spinge, senza successo, a ricercare gli altri, non per cercare un confronto, ma per avere qualcuno cui potersi affidare per lasciarsi andare ed essere protetto, accudito… amato. Più ricerca, però, l’altro per non sentirsi solo e più cade nel pozzo dell’isolamento, più cerca di aggrapparsi e più si sente respinto”.

“Con questo stato d’animo di disperazione devastante quale principio etico può supportare il rispetto di sé e del mondo in cui si vive? Se l’essere umano non riscopre sé stesso e il significato più profondo dell’esistenza – evidenzia Sebastianelli – non si può recuperare nulla. Un punto da cui partire è proprio il significato della parola natura, che in passato si scriveva con la N, maiuscola, per sottolineare una entità a cui rivolgersi con doveroso rispetto sempre e non solo, come avviene oggi, quando la sua forza si manifesta con eventi catastrofici. Il termine naturale, poi, si usa giustamente come contrario e opposto al termine artificiale, ma anche come erroneo sinonimo di semplice. In realtà, in Natura nulla è semplice, anzi non c’è niente di più complesso. Meno si vive nella consapevolezza di essere costantemente in contatto con la Natura e più la si sottovaluta. Specialmente nelle città si perde di vista il mondo in cui si è immersi dove tutto sembra possibile e nessun limite viene tracciato”.

“Non è un caso che si ricorra sempre più ai divieti, anche per avvertenze banali dove basterebbe un po’ di senso civico, proprio perché l’infatilizzazione dell’essere umano non prevede l’attenzione a sé e al mondo, richiedendo il controllo costante di una autorità. Ovviamente, più c’è chi veglia e controlla – avverte Sebastianelli – più non matureranno le condizioni interne per sviluppare autonomia, e qui si entra in una strada senza via d’uscita. Il controllo degli uomini si può allentare parallelamente alla crescita della autonomia, attraverso l’educazione insieme alla responsabilizzazione, e al consolidamento della fiducia dei ‘controllati’ in sé stessi per farli sentire sempre più protagonisti della propria vita”.

“Il proliferare dei graffiti e dei tatuaggi – osserva la psicologa – è la cartina tornasole di un disagio che serpeggia, ovunque. Tale disagio lo chiamerei ‘la sindrome di nessuno’, cioè non sentirsi riconosciuti, al punto di preferire, paradossalmente, alla visibilità della trasparenza la invisibilità dell’apparenza. Trasparenza vuol dire essere più visibili a sé stessi e agli altri, lasciando intravedere la sostanza interna, cioè l’anima, mentre apparenza vuol dire essere solo sostanza esterna, cioè materia, e ancor più invisibili a sé e agli altri, mostrando solo esteriorità. L’esteriorità rende invisibili, mentre l’interiorità rende visibili. Ecco che l’argento ritorna. Questo metallo, infatti, trova la sua luminosità solo quando si rimuovono gli strati superficiali che lo opacizzano”.

Per realizzare un progetto di cambiamento nel rapporto tra “Uomo e Natura – dice Sebastianelli – sarebbe utile che i quattro stadi a cui fa riferimento la psicologia analitica di Jung nel trattamento terapeutico, venissero applicati alla società in questa sequenza. Primo, l’educazione, punto di partenza per dare impulso al processo che condurrà alla consapevolezza di sé, attraverso il proporre punti di vista diversi rispetto al modo di affrontare la vita. Secondo, la chiarificazione, passaggio dalla comprensione puramente razionale degli eventi ad una più emozionale. Terzo, la catarsi: attraverso gli stadi precedenti si può giungere alla purificazione, che consente di nascere a nuova vita. Quarto, la trasformazione: elaborazione dei processi consci ed inconsci per poter raggiungere la metamorfosi”.

Quale applicazione pratica potrebbe avere tale progetto finalizzato alla produzione di un pensiero ecologico ? “Le prime due fasi, dell’educazione e della chiarificazione – dice Sebastianelli – potrebbero trovare applicazione all’interno di progetti scolastici, per formare le generazioni più giovani ad un pensiero ecologico, che renderebbe del tutto naturale comportarsi in sintonia con le esigenze dell’ambiente”.

Mentre, “le generazioni più adulte dovrebbero attraversare, invece, tutte e quattro le fasi per poter ipotizzare la formazione di un pensiero ecologico. Per questa finalità i mass media potrebbero essere di aiuto”. Non aiuta invece “la dilagante proposta di quiz di abilità per far veder quanto si è bravi ad associare, controllare o indovinare – sostiene la psicologa – L’uso del pensiero sarà faticoso, però va incentivato, anche sotto forma di gioco poichè è l’unica ancora di salvezza”. E per gioco, Sebastianelli, intende spazio creativo, domande che richiedano l’elaborazione di un pensiero e consentano risposte aperte e non chiuse come quelle dei quiz. “L’Umanità – rimarca – è sopravvissuta ed è progredita perché pensava, anzi speculava tra i meandri della mente, oggi questa attività non si pratica più e le conseguenze si vedono”.

“Solo con un lavoro speculativo del pensiero, costante e continuo – conclude Sebastianelli – si può ipotizzare di mantenere il rispetto di se stessi e della natura. L’argento se si abbandona perde la sua lucentezza, così come l’essere umano, se abbandona se stesso perde la sua luce interiore ed emerge il suo lato oscuro… primitivo… ctonio che Carl Gustav Jung chiamava Ombra”.

29 OTTOBRE 2018 UN OSPITE INATTESO A TERRACINA

 

29 OTTOBRE 2018. Un ospite inatteso a Terracina

 

 

29 ottobre 2018, un  uragano di intensissima forza ha investito la città di Terracina, lasciando, in pochi secondi, dietro di sé morte e distruzione. La città non aveva mai registrato una calamità naturale così violenta, al punto di lasciare   tutti gli abitanti  annichiliti e attoniti.

Molte le zone della città colpite e distrutte  dall’inimmaginabile vento, che con il tempo potranno essere ricostruite per come erano, ma  ciò che non potrà essere più  come prima è il viale della Vittoria, luogo storico di passeggiate e incontri all’ombra dei pini marittimi,  cresciuti  insieme  a molte generazioni di terracinesi. Gli alberi che rendevano unico il panorama della città non esistono più, crollati sotto l’onda sferzante del vento impetuoso. Tra l’altro,  gli alberi furono  piantati cento anni fa, in occasione della vittoria della Prima Guerra Mondiale, dai  prigionieri  che espiavano la colpa, di essere nemici,  con la pena  che oggi si chiamerebbe "lavoro socialmente utile".  Alberi che rappresentavano la vita che rinasceva,  insieme alla necessità  di elaborare i tanti lutti che la grande  guerra aveva prodotto. Purtroppo, le guerre non finirono cento anni fa e ancora sacrifici di vite umane  si sono consumati nel tempo, senza aver mai  potuto piantare alberi della vittoria. L’albero è il simbolo della vita, la salute di un albero equivale alla salute dell’umanità e la perdita di un albero  depaupera il patrimonio dell’umanità. Oggi  la città di Terracina è più povera,  spogliata del  suo canale verde e della sua fauna,  deprivata dei raggi di sole che filtravano, con  un gioco di luci e di ombre, tra le fronde aghiformi dei pini.  Pini maestosi che erano diventati rassicuranti con la loro presenza immobile e paziente, testimoni silenziosi di eventi piacevoli e tristi che i cittadini terracinesi  hanno  vissuto in quest’ultimo secolo. Il sacrificio della città di Terracina   sicuramente lascerà traccia nell’immaginario collettivo, ma sarà anche utile che non se ne perda memoria, perché il ricordo del dolore consente di migliorare la vita, riconducendo al cuore dell’esistenza  e ai suoi valori. L’immagine degli alberi sradicati  deve evocare ancor di più le proprie radici  che affondano  nella Grande Madre Terra, contenitore dei  semi della rinascita e, quindi, della nuova vita.

Tra i pini sacrificati alla furia di Eolo ci sono anche i Due Pini della via omonima, che, come le torri gemelle,  rimarranno assenti  nella loro acuta  presenza, a testimonianza della imperscrutabilità della Natura che non consente previsioni. L’essere umano  a volte dimentica di appartenere alla Natura, le cui leggi, anche se incomprensibili e inaccettabili, si rispettano.  Chi naviga nei mari in tempesta, con i venti che giocano a rincorrersi tra le onde, è consapevole  di quanto sia importante   tenere  saldamente il timone in mano e  navigare a vista, modificando se necessario la rotta pur di arrivare in un porto sicuro,   lo stesso cui giungere psicologicamente nei momenti  difficili, per sentirsi accolti, protetti e sicuri. In questo momento storico siamo  naviganti nel  mare in tempesta, ma l’unico modo per resistere è accompagnare con flessibilità gli eventi, per comprenderli  e adeguare la rotta alla necessità del momento, affinché si possa con fiducia approdare in acque sicure.

Sira Sebastianelli

psicologa-psicoterapeuta

(terracinese)

Fotografare la Notte

Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista Mito Roma, supplemento di International Urbis et Artis, N.1 Gennaio Febbraio 2018

FOTOGRAFARE LA NOTTE

Cosa si può fotografare di notte, senza usare luci artificiali?  L’essenza  del Mondo!  Un mondo sfrondato del superfluo e dei bagliori offuscanti del giorno.

La notte evoca  il buio, la paura ancestrale che l’essere umano porta con sé fin dalla nascita, quando, nella separazione dal caldo e rassicurante contenitore materno, si è ritrovato solo  nel mondo ad affrontare i mostri della sua esistenza.  La paura, così, diventa un motore propulsivo per conoscere l’inconoscibile, per attraversare l’impensabile, per abbracciare l’impalpabile forma della notte.  L’ambiguo fascino della notte attrae come il canto delle sirene, provocando un desiderio irrefrenabile di conoscerla e svelarla alla propria coscienza.  Un giovane fotografo peruviano Musuk Nolte, vincitore dell’edizione 2017 della Elliot Erwitt Havana Club7 Fellowschip, ha  ritratto Cuba di notte  offrendone una lettura più vicina al sogno che alla realtà.  In un’ intervista da lui rilasciata al Corriere della Sera   e pubblicata sul magazine Style (n.11 novembre 2017), Nolte spiega la scelta di intitolare la serie delle sue foto  “Ombra sull’Isola”, per  cogliere l’ombra di un'isola che in realtà è impossibile da vedere.  L’artista,  nel buio lunare, imprime sulla pellicola il naturale  corso della vita attraverso volti, sguardi,  paesaggi, con l’inevitabile filtro della notte  che nasconde dettagli, ma amplifica emozioni.

In un  famoso film “Effetto Notte”, il regista  Francois Truffaut, cercava  la  notte  cinematografica per immergervi una storia che evidenziasse la notte della coscienza dei personaggi,  all’interno di difficili relazioni. Musuk Nolte, come il regista francese, cerca la notte nella realtà,  senza effetti   speciali, ma con lo stesso intento di cogliere l’ombra della notte che contiene l’ombra della vita,  invisibile, ma dirompente e trasgressiva.

 

Sira Sebastianelli

Psicologa-psicoterapeuta